Esplora contenuti correlati

2.2.3. Compiti e problemi relativi al ruolo professionale degli Assistenti Sociali.

Dai rapporti, a proposito dei compiti e del ruolo che hanno nei diversi N.O.T. gli assistenti sociali, emergono elementi comuni a tutte le esperienze e specificità o differenze di accento posti su diversi aspetti del lavoro svolto e dell'interpretazione del ruolo professionale.

Ovviamente le prime e più evidenti differenze, di carattere oggettivo, si determinano a seconda che il tempo di lavoro sia o no assorbito interamente dalle mansioni previste dall'art. 75 del D.P.R. 309/90. La dimensione della Prefettura, ma anche differenti scelte organizzative portano a situazioni in cui l'impegno nel campo delle droghe si affianca ad altri impegni e altre situazioni in cui questo non avviene.

Minori differenze troviamo se si fa riferimento ai compiti assolti. Pressoché ovunque le mansioni consistono in impegni diretti con l'utenza, da un lato, e impegni di back office, dall'altro.

Gli impegni di contatto diretto con l'utenza si risolvono essenzialmente nel colloquio. La natura di tale colloquio varia in relazione alla persona incontrata e alle caratteristiche della segnalazione che lo ha determinato. Sostanzialmente si struttura, in genere - anche nel quadro delle condizioni oggi dettate dai vincoli normativi e dalla frequente limitatezza delle risorse - intorno a due finalità:

- la prima, consistente nel fornire informazioni sul provvedimento e sul procedimento, sulle sostanze stupefacenti, sui servizi presenti sul territorio;

- la seconda finalità è più articolata e si esprime con affermazioni diverse, quali l'ascolto delle problematiche e delle esigenze dell'utente, la proposta di un momento di riflessione e di presa di coscienza, la sollecitazione di un processo di motivazione al cambiamento, il supporto alle scelte dell'utente che dal colloquio possono scaturire.

Rilevanti sono anche gli impegni cosiddetti di back office, che consistono, in misura diversa a seconda della presenza o meno di supporti di personale amministrativo, in lavori di verifica degli elementi formali della procedura, stesura e avvio delle convocazioni, scrittura dei provvedimenti, stesura di decreti di revoca della sanzione, predisposizione di decreti di archiviazione degli atti, ecc. Anche la cura della documentazione, in parte standardizzata, in parte originale, connota l'agire professionale ed è differenziata a seconda delle modalità di funzionamento adottate. Ne fanno parte il monitoraggio delle attività svolte, attraverso la raccolta dei dati relativi all'iter previsto, l'aggiornamento e - a volte - l'elaborazione dei dati statistici. Infine, di questo impegno non direttamente a contatto con gli utenti sono parte importante - sebbene con intensità variabile - i contatti con i servizi collegati (Ser.T. e altri privati).

Di grande interesse appaiono le riflessioni sul ruolo professionale che dalla ricerca emergono. Si tratta di un ruolo che assume finalità diverse, in primo luogo, a seconda del tipo di persona che si incontra, della sua storia personale e del significato che il consumo di sostanza riveste nella sua quotidianità: l'assistente sociale può essere funzionario, confidente, consigliere, professionista del servizio sociale. Il suo ruolo può ovviamente assumere (e, a volte, di fatto non può far altro che assumere) prevalentemente una valenza amministrativo-burocratica di applicazione della normativa, in quanto componente di un Ufficio preposto a tale incombenza. Ma può assumere e, spesso, assume una valenza più complessa.

Quanto si può dire a proposito di N.O.T. ha riferimento a questioni e interrogativi non diversi da quelli che si possono trovare nei dibattiti che concernono l'espletamento di ruoli di aiuto all'interno di un contesto sanzionatorio, con tutte le relative difficoltà connesse al fatto che non vi sia una domanda di aiuto "spontanea", che il colloquio non sia richiesto sulla base della percezione di un problema, che gli operatori si trovano a dover mediare tra mandato di controllo e mandato di aiuto.

Aspetti, di per sé problematici, resi più evidenti, nei primi anni di applicazione dell'art. 75, dal fatto che la cultura della Prefettura, retta da un modello funzionale di tipo gerarchico e burocratico, era del tutto estranea alla cultura e alla prassi tipica dei servizi. Tuttavia si può affermare che un processo, pur faticoso, di affermazione del ruolo e della specificità professionale, in quasi vent'anni di presenza nelle Prefetture, si è realizzato.

Tutto si fa più complicato a seguito delle trasformazioni del dettato normativo nel 2006, anche se con esiti, già indicati in precedenza, non univoci. Le considerazioni che esprimono lo stato della riflessione e degli interrogativi che accompagnano il lavoro quotidiano sono connotati da un grado maggiore o minore di "ottimismo" circa la possibilità di preservare le specificità dei principi e fondamenti che orientano l'operare della specifica professionalità in campo. Alcuni esprimono posizioni nette e parlano di "svilimento" del ruolo professionale, di evidente e legittimo stato di malessere degli assistenti sociali che "si sono visti ridotti del tutto i propri spazi operativi nell'intervento di aiuto alla persona e costretti ad agire in dispregio ai principi fondamentali che guidano l'azione professionale del servizio sociale, sanciti dal Codice Deontologico". Altri sostengono che certamente si è accentuato il profilo burocratico-amministrativo, ma - in virtù della cultura professionale - si sono prodotte forme di "resistenza" al nuovo impianto normativo, con la conseguente "predisposizione di prassi attuative che consentono di recuperare la centralità del momento preventivo e di aggancio, rispetto a quello meramente sanzionatorio".

In altre parole, nonostante le difficoltà di declinare il mandato istituzionale con la specifica professionalità, gli assistenti sociali del N.O.T. sostengono di continuare a svolgere un ruolo di ascolto e accompagnamento dei cittadini che incontrano. E, questo, per il fatto che "modifiche normative non possono cambiare dall'oggi al domani la cultura e le modalità di intervento di chi lavora sul campo. Anche di fronte a ridotte possibilità e ai vincoli posti dalle norme, rimane sempre la professionalità e l'esperienza".

Così si possono raccogliere posizioni come la seguente: "Per quanto riconoscano che il loro mandato istituzionale prevede anche la dimensione del controllo, non si identificano completamente in esso, ma si appellano al proprio mandato professionale di sostegno e di aiuto alla persona: le assistenti sociali si identificano in un ruolo tutt'altro che burocratico e tantomeno sanzionatorio".

D'altra parte - ancora una volta a testimonianza della pluralità di posizioni riscontrate - non manca chi, realisticamente, afferma che un impegno in direzione della "motivazione alla cura" appare improprio, data la tipologia prevalente di consumatori segnalati (consumatori di hashish, marijuana e cocaina) che non presentano uno stato di dipendenza dalla sostanza e per i quali i programmi dei servizi per le tossicodipendenze risultano inadeguati.

La questione non può essere liquidata solamente con riferimento al cambiamento normativo che ha solamente inasprito una situazione che già da tempo vedeva gli operatori sociali che lavorano nelle Prefetture in difficoltà, in "sofferenza professionale". In altre parole, le modifiche non hanno cambiato di molto una realtà lavorativa già fatta, essenzialmente, di lavoro burocratico e molto più di controllo che di aiuto. E ciò "a causa dell'enorme difficoltà di farsi riconoscere da un punto di vista professionale all'interno delle Prefetture".

Si tratta cioè di un più vasto problema di riconoscimento della stessa categoria professionale in questo tipo di Amministrazione, che va oltre la realtà dei N.O.T.. In questa direzione va la richiesta di istituire a livello centrale un'Area del Servizio Sociale, diretta da Direttori di Servizio Sociale o da Coordinatori Direttori di Servizio Sociale. Nella richiesta di maggiore responsabilità si esplicita una posizione che non è di rifiuto aprioristico dello strumento sanzionatorio, ma al contrario di considerazione della dicotomia tra "repressione e aiuto" - che caratterizza di frequente il dibattito politico, sociale e culturale intorno al tema delle dipendenze - come non produttiva. Semmai la sanzione va considerata "come strumento residuale, da attivare quando gli interventi psicosociali non siano ritenuti idonei o necessari". Con la consapevolezza che laddove l'aspetto sanzionatorio diviene preminente, "il soggetto fermato si sente stigmatizzato come 'deviante' o 'tossico', … per cui gli unici sentimenti che proverà nei confronti delle forze dell'ordine, prima, e delle istituzioni poi, saranno di sfiducia, di chiusura e di ostilità ".

 

Torna all'inizio del contenuto